Home Inediti Il ritratto

A volte, nella vita accadono delle cose che lasciano un segno profondo dentro di noi. Non sempre tutto ha una spiegazione logica, ma quando ti trovi a vivere determinate esperienze, non ti domandi se stai sognando o se è tutto reale. Le vivi e basta.
Tutto cominciò il giorno che arrivai in questo antico Palazzo, ereditato da mio padre grazie ad una vecchia zia che, prima di morire volle rimediare ad una ingiustizia nei suoi confronti. Molti anni prima, papà era stato estromesso dal testamento dello zio, solamente perché aveva deciso di inseguire il suo sogno, diventare un grande pianista e girare per il mondo. Zia Elisabetta gli lasciò tutto il suo patrimonio. L’eredità comprende vari ettari di terreno, coltivazioni di cereali, agrumi e la migliore produzione di vino di tutta la zona, inoltre c’è questa antica dimora, dove la famiglia De Grandis ha vissuto da generazioni e in passato, è stata protagonista di fastosi ricevimenti, organizzati dalla zia Elisabetta.
Nonostante tutto, questo Palazzo è considerato da molti, un posto strano e misterioso. Papà morì prima di potercisi trasferire.
Sfidando tutte le superstizioni, mi trasferii al Palazzo De Grandis. Era da pazzi rinunciare a quella immensa fortuna e poi, essendo una giovane giornalista sempre alla ricerca di nuovi scoop, pensai che poteva rivelarsi una interessante avventura.
Fui accolta da Giovanni, il maggiordomo, e dal resto della servitù, compreso il custode e il giardiniere, in modo freddo e distaccato. Riuscivo a comprendere il loro atteggiamento, in me vedevano la persona che avrebbe preso il posto della loro amata padrona. Nessuno poteva competere con lei e poi, temevano che se avessi venduto tutto, non avrebbero avuto più un posto dove andare a vivere. Soprattutto Giovanni, era lì da moltissimi anni ed era diventato il confidente della zia Elisabetta. Sapeva tutto della sua vita e conosceva ogni angolo di quella casa. Io ero solo un’estranea che inconsapevolmente avrebbe portato un sacco di guai.
La mia stanza era grandissima, arredata con mobili risalenti all’Ottocento, così come il resto del Palazzo.
Quella notte, complice la stanchezza, ero appena rientrata da New York per un servizio su una mostra di quadri di artisti contemporanei, mi addormentai subito. Dopo una settimana cominciarono i problemi.
Quella casa era troppo grande per me e poi, avevo sentito dire che nella Torre del Palazzo ci abitavano i fantasmi e nel cuore della notte, le loro anime vagavano indisturbate. Anche se non avevo mai creduto a queste cose, provai uno strano senso di angoscia.
Una sera, non riuscendo a prendere sonno, scesi in giardino a respirare un po’ d’aria fresca. Restai lì ad ammirare le sue bellezze. Era un tripudio di colori: c’era il gelsomino con il suo intenso odore, il pergolato coperto di bouganvillea, ciclamini e tulipani facevano bella mostra di sé fra le aiuole. Feci alcuni passi e raggiunsi il roseto, da lì si riusciva a vedere la Torre. Trovai quel luogo familiare e mi sembrò di esserci già stata, forse in un’altra vita.
Dopo un po’ mi accorsi che stava albeggiando, non mi ero resa conto delle ore trascorse. Rientrai in casa e vidi Giovanni con un mazzo di rose in mano. Spinta dalla curiosità lo seguii. Salì le scale fino all’ultimo piano del Palazzo, ed entrò nella stanza in fondo al corridoio. Lo aspettai, decisa a scoprire cosa nascondeva. Qualche ora dopo, quando Giovanni era impegnato altrove, tentai di entrare in quella stanza, ma era chiusa a chiave. Insieme alla Torre, era l’unico posto del Palazzo che non conoscevo.
L’indomani, chiesi a Giovanni di darmi delle spiegazioni, ma lui rispose che quella stanza era sempre rimasta chiusa per volere della zia e nessuno poteva entrarci. Dal giorno della sua morte, Giovanni ne custodiva la chiave e si rifiutò di darla anche a me, quando gliela domandai. In quel momento preferii non insistere, ma ero più che mai decisa a scoprire quale segreto si celasse dietro quella porta.
Il giorno in cui entrai in quella misteriosa stanza, un violento temporale si era abbattuto su tutta la zona, facendo saltare anche l’impianto elettrico. Giovanni mi disse che era normale per quel periodo, la pioggia era un toccasana per le coltivazioni e la gente del posto l’accoglieva come una benedizione.
In casa erano state accese le candele, poste negli antichi candelabri, sembrava di stare in un posto fuori dal mondo, ero un po’ intimidita da tutta quella situazione e da quell’antico Palazzo, ma allo stesso tempo sapevo che dovevo andare avanti, spinta da una forza misteriosa che mi permise di scacciare le mie paure.
Grazie alla candela che tenevo in mano, salii lentamente le scale. Quando mi trovai davanti alla misteriosa stanza, il cuore accelerò i suoi battiti. Dovevo scoprire la verità. Con una forcina per capelli cercai di forzare la serratura, fu più facile di quanto pensassi. Girai la maniglia e la porta si aprì. Feci alcuni passi, con la candela cercavo di fare luce intorno a me per capire cosa ci fosse di così misterioso in quella stanza. Camminavo lentamente, per paura di inciampare da qualche parte poi, all’improvviso, il rumore di un tuono mi fece trasalire. Vidi che dal corridoio filtrava un po’ di luce, la corrente elettrica era stata ripristinata.
Cercai un interruttore, era vicino alla porta.
Con una lieve pressione della mano, la stanza fu invasa dalla luce proveniente dal grande lampadario di cristallo. La candela non mi serviva più. Mi guardai intorno, anche qui l’arredamento rispecchiava lo stesso stile del Palazzo. Nell’aria si sentiva il delicato profumo delle rose, erano bellissime sistemate dentro quel vaso che aveva rubato i colori all’arcobaleno. I miei timori erano svaniti.
Quando mi voltai, i miei occhi si spostarono sul quadro che stava appeso nella parete sopra il camino. Per poco non svenivo: la donna raffigurata sulla tela ero io!
Non riuscivo a staccarmi da quel volto, i lunghi capelli neri, gli occhi azzurri velati di malinconia. Com’era possibile che quella donna vissuta in un altro secolo somigliasse in modo così incredibile a me? Mi avvicinai al quadro e vidi che c’era scritto il suo nome Isabella De Grandis. Sentii le mani tremare ed il cuore battere più forte, non poteva essere solo una coincidenza, perché anch’io mi chiamavo Isabella De Grandis!
In quello stesso momento udii dei passi alle mie spalle. Mi voltai e vidi Giovanni che se ne stava lì in silenzio, per niente stupito da quello che avevo appena scoperto. Era chiaro che lui sapeva tutto. Adesso capivo perché mi fissava in modo strano, Giovanni conosceva la verità ma non aveva mai pensato di rivelarmi che il volto e i lineamenti di quella donna del ritratto erano perfettamente identici ai miei. Io però volevo una spiegazione, dovevo sapere chi era Isabella De Grandis e perché nessuno poteva entrare qui dentro.

L’ultimo gruppo di persone ha appena finito il giro del Palazzo, dai loro volti capisco che la visita alla Torre li ha colpiti in modo particolare. Comprendo benissimo le loro emozioni, sono le stesse che provai io quando scoprii la verità su Isabella De Grandis.
Raggiungo il giardino e mi siedo sulla panchina accanto al roseto. Il mio sguardo si volge verso la Torre, cadere da lassù non lascerebbe speranze a nessun essere umano.
Quando Giovanni mi portò su, in cima, provai dolore e rabbia al pensiero che Isabella fu gettata nel vuoto dal suo stesso padre. L’aveva rinchiusa lì dentro perché si era rifiutata di sposare l’uomo che aveva scelto per lei.
Isabella amava la vita, sempre allegra e con un dolcissimo sorriso, fino al giorno in cui suo padre la segregò lassù. Dopo il suo ennesimo rifiuto, la uccise senza nessuna pietà, facendo credere a tutti che era morta per una grave malattia.
La zia Elisabetta aveva scoperto il terribile segreto della sua famiglia. Un giorno, nella stanza dove c’era il bellissimo ritratto di Isabella, trovò un diario che racchiudeva tutta la verità.
Isabella era una mia antenata e questo spiega il motivo dell’impressionante somiglianza. La zia però, per salvare il buon nome della famiglia, decise di continuare a tacere. A volte però ci sono verità che prima o poi vengono a galla, così è stato per Isabella De Grandis. Lei si servì di me per avere riabilitata la sua memoria, forse perché sono uguale a lei e porto il suo stesso nome.
Non saprò mai perché scelse proprio me, ma se non avessi seguito il mio istinto la sua triste storia sarebbe rimasta sepolta per sempre.
Così ho scritto un libro sulla famiglia De Grandis, rivelando ogni particolare sulla vita di Isabella, in modo che tutti sapessero la verità. E’ stato un grande successo e il Palazzo De Grandis è visitato ogni giorno da migliaia di persone incuriosite dalla sua storia.
Tutti, prima di uscire si soffermano in silenzio, a guardare per un’ultima volta il ritratto di Isabella, una donna che amava la vita e che è morta per difendere le sue idee e la sua libertà.
Adesso, può finalmente riposare in pace.



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