Da qui, al 50° piano di questo grattacielo al centro di Manhattan, New York è ancora più bella.
Mi sono sempre sentita una privilegiata, perché ogni mattina posso ammirare la città in tutto il suo splendore. Ho la fortuna di lavorare per una delle riviste più importanti di New York, “News of the World.”
Sono qui da soli due anni, ma il mio direttore, Karen Bell, mi ha sempre dimostrato la sua fiducia, assegnandomi alcuni importanti incarichi, tra cui un’intervista con il Dalai Lama, in India. Da lì sono tornata diversa, profondamente turbata dalla miseria che ho visto tra le vie di quella regione. Di fronte alle ingiustizie, alle guerre, ai bambini sfruttati, mi sono sempre sentita impotente, ma chi fa il mio stesso lavoro, anche se è consapevole che non riuscirà a cambiare il mondo, possiede un’arma importante a suo favore. Il mio sogno è sempre stato quello di diventare una giornalista e la mia sete di giustizia e la mia curiosità, mi hanno spinta a guardare sempre oltre, a non fermarmi mai alle apparenze.
Una volta, dopo lunghe ricerche, sono riuscita a smascherare i loschi traffici di un’azienda che con i suoi rifiuti stava per inquinare le acque di un fiume e l’intera zona, con le relative conseguenze.
Il mio lavoro mi ha permesso di girare il mondo, sempre alla ricerca di notizie, di testimonianze. Karen dice che sono un tipo pericoloso, ma io voglio solo che la giustizia trionfi sempre.
Ricordo benissimo la mattina in cui mi lanciai in una nuova battaglia.
Dopo aver bevuto il primo caffé della giornata, accesi il computer e cominciai a navigare su Internet, alla ricerca di materiale per la mia prossima inchiesta. Quando finii, su New York era già scesa la sera. Manhattan risplendeva di mille luci provenienti dai suoi grattacieli, che andavano a riflettersi sul fiume Hudson. Respirai profondamente, mentre i miei occhi si perdevano in quella meravigliosa realtà che riuscivo a scorgere attraverso la grande vetrata, posta alle spalle della mia scrivania.
Guardai l’orologio dall’insolita forma di timone, che scandiva inesorabilmente lo scorrere del tempo. Avevo passato l’intera giornata al computer, ma alla fine avevo trovato ciò che cercavo.
Nella mia mente ormai c’era un solo nome: Vieques. Un’isola dove c’è ancora chi ha il coraggio di lottare per la libertà, anche a costo della propria vita. Vieques, l’ultimo paradiso.
“Vieques, piccola isola dell’arcipelago di Puerto Rico che rischia di scomparire. La Marina Militare degli Stati Uniti impedisce ai suoi abitanti la possibilità di una vita normale. Da anni, vaste zone dell’isola sono usate per le esercitazioni militari. Tutto questo ha contribuito ad una contaminazione dell’aria e del terreno, le sostanze tossiche, tra cui l’uranio impoverito, favoriscono l’insorgere di malattie, costringendo i viequensi a lasciare la loro isola. Chi ha deciso di restare, ogni giorno è costretto ad affrontare le difficoltà che comporta questa scelta, consapevoli che ne va della loro stessa vita.
L’unica colpa, se colpa si può chiamare, è quella di voler difendere la propria terra. Nessun essere umano dovrebbe subire tutto questo.
Credo che sia arrivato il momento di fare conoscere al mondo intero la realtà di Vieques, un piccolo paradiso tropicale che rischia di scomparire.”
Karen, dopo aver letto il mio fascicolo su Vieques, capì che andare a fondo su quanto stava accadendo nell’isola le avrebbe procurato non pochi problemi con il governo degli Stati uniti, ma era consapevole che nel nostro lavoro ci sono rischi che non si possono evitare.
Secondo lei, io ero la persona più adatta per svolgere un’inchiesta su Vieques, anche se aveva ancora qualche perplessità, visto il delicato argomento trattato
Quando Karen mi convocò nel suo ufficio, stavo controllando la posta del giorno, ma nulla attirò la mia attenzione e così la sistemai su un lato della scrivania rinviandone la lettura.
La mia mente era altrove, in un’alta isola, in un’altra realtà. Se fosse dipeso da me avrei preso il primo volo per Puerto Rico, ma non era così semplice.
Prima dovevo ottenere il consenso di Karen, era sempre il mio direttore, anche se in fondo al mio cuore, sapevo benissimo che nessuno poteva fermarmi.
Sentivo di dover portare alla luce la storia del popolo di Viques, perché la maggior parte degli americani non era informata di quello che stava accadendo. Io stessa ne ero venuta a conoscenza per caso.
La voce di Cristel, la segretaria di Karen, mi riportò alla realtà. “Isabel, il capo chiede di te. Ha detto che è urgente!”
Quando entrai nel suo ufficio, Karen stava parlando animatamente al telefono. È un tipo intraprendente ed è riuscita, senza mai scendere a compromessi, a farsi strada in un ambiente dove le donne non vengono prese molto seriamente.
Lei però, non si è mai arresa, la sua tenacia e la sua professionalità l’hanno portata ad occupare un posto di prestigio nell’editoria e tanti riconoscimenti anche a livello internazionale.
Mi accomodai nella poltrona di pelle nera, di fronte alla scrivania e attesi che Karen terminò di parlare.
Nel giro di pochi minuti si rivolse a me e senza girarci troppo intorno disse: “Isabel, ho letto il tuo fascicolo su Vieques e devo dirti che come al solito sei riuscita a catturare il mio interesse.”
Io sorrisi, pensando di averla dalla mia parte. Stavo per dirle quanto sarebbe stato importante per me riuscire a dare voce al popolo di Vieques, ma Karen mi bloccò con un gesto della mano.
“Aspetta Isabel, non ho ancora finito. Siamo entrambe consapevoli che portare alla luce ciò che accade a Vieques provocherà una serie infinita di problemi a te e al giornale.”
Non riuscii più a trattenermi e dissi: “No Karen, tu non hai capito quale sarà lo scopo del mio lavoro. Voglio andare a parlare con quella gente, fare in modo che possano dire ciò che pensano. Lì si muore per le radiazioni dovute all’uranio impoverito, l’aria e gran parte del territorio sono contaminate e le più belle spiagge sono off-limits perché la Marina Militare ne ha preso possesso per le sue esercitazioni.”
“Isabel ti prego, sono al corrente di tutto questo ma...” Karen non riuscì a continuare perché glielo impedii con le mie argomentazioni.
“No, noi non sappiamo cosa si prova ad abbandonare la propria terra perché c’è il rischio che i tuoi figli, o tu stesso, possano restare contaminati dalle radiazioni.
Non sappiamo cosa vuol dire andare in carcere per disobbedienza civile. Questo è quello che succede a chi ha deciso di restare a vivere nell’isola e lottare per la propria libertà. Karen, sono disposti anche a morire per difendere la loro terra e tu mi parli dei problemi che potremmo avere con la Marina Militare! Cosa vuoi che me ne importi, c’è la libertà di stampa e ogni cittadino americano è libero di esprimere le sue opinioni, io sono una giornalista, il mio compito è quello di portare alla luce le notizie, i fatti che accadono nel mondo. E poi, non ho mai detto di volere andare contro il mio paese. Voglio solo raccontare la verità e portare la mia solidarietà al popolo di Vieques. Ti prego Karen, non farlo diventare un caso politico.”
Come sempre avevo espresso il mio pensiero e alla fine riuscii a convincere Karen. Non dimenticherò mai ciò che mi disse: “Mia cara, penso che il popolo di Vieques non poteva trovare un portavoce migliore di te. D’accordo, va a fare le tue ricerche e vedi di tornare con un interessante reportage su quell’isola. Per il resto, se la Marina Militare avrà da ridire qualcosa sul tuo comportamento, ci penserò io. Come sempre quando si tratta di toglierti dai guai.”
Ero raggiante, dai miei occhi azzurri traspariva tutta la gioia che stavo provando in quel momento. In fondo sapevo che alla fine Karen avrebbe accettato e poi, ero sicura che le sarebbe piaciuto essere al mio posto piuttosto che restare dietro una scrivania.
Prima di uscire dal suo ufficio le dissi: “Grazie Karen, non te ne pentirai.” Ma forse, lei lo aveva già fatto.
Quando atterrai all’aeroporto Luis Muñoz Marin di San Juan, la capitale di Puerto Rico, capii che stavo facendo la cosa giusta.
Ero consapevole che non sarebbe stato facile, ma io non mi sono mai arresa di fronte alle difficoltà, nemmeno dopo la morte dei mie genitori, quando restai sola al mondo. Ho affrontato tanti problemi, ma non ho mai smesso di lottare. Grazie al mio lavoro sono riuscita a dare un senso alla mia vita, in giro per il mondo ho scoperto tante realtà diverse, tante sofferenze più grandi della mia. Credo che la formula per non arrendersi mai, sia quella di non smettere di credere in un futuro migliore. E poi, la vita ci riserva sempre tante sorprese.
Prima di partire per Puerto Rico, avevo letto e sfogliato un’infinità di riviste, libri, guide turistiche, ma nessuna riusciva a rendere giustizia a ciò che i miei occhi non smettevano di ammirare dal momento in cui arrivai in città.
Invece di alloggiare in albergo decisi di affittare un appartamento situato nel centro storico. Da lì avevo una splendida vista sul mare e ogni genere di confort.
Decisi di andare subito a visitare la città, nonostante la stanchezza. Ero impaziente di scoprire tutte le sue bellezze. Iniziai proprio da lì, dalla Vieja San Juan, con le sue antiche stradine, i suoi tipici negozi di souvenir, le sue piccole piazze, dove scoprii la cordialità della gente del luogo.
Quella mattina feci molti scatti e restai affascinata e rapita dalle case di stile coloniale spagnole e dai suoi balconi ricchi di fiori multicolori e profumatissimi. Per un attimo mi sentii solo una semplice turista, ma sapevo che ero andata lì con uno scopo ben preciso.
Dopo aver pranzato in un tipico ristorante dell’isola, mi ritrovai davanti al monumento più famoso di San Juan: “Il Morro” Mi confusi tra le molteplici persone che ogni giorno visitano l’antico castello divenuto un museo storico. Dai suoi torrioni riuscii ad ammirare la città in tutto il suo splendore.
Avevo visitato molti posti, ma nessuno era riuscito a suscitare in me così tante emozioni. Forse in parte era dovuto al fatto che ne ero coinvolta emotivamente per via del mio lavoro, anche se questo non ha mai messo in discussione la bellezza di quei luoghi.
La mia prima giornata a Puerto Rico trascorse velocemente, quando tornai nel mio appartamento, il sole era già tramontato e la luce cominciava a cedere il passo alle ombre della sera. Avevo fatto la scelta giusta a rinunciare all’albergo, lì disponevo di più libertà, più movimento.
Dopo aver parlato al telefono con Karen, assicurandola che non avrei commesso imprudenze, decisi di occupare il resto della serata sviluppando le foto scattate quella mattina. Usai un piccolo stanzino dove sistemai con cura tutto l’occorente.
Nel giro di qualche ora riuscii ad ammirare sulla carta patinata ciò che i miei occhi avevano visto durante il giro turistico.
Dopo aver osservato con maggior attenzione ogni piccolo particolare, decretai che le foto del Morro erano le mie preferite perché ero riuscita a catturare tutta la sua bellezza.
Nel frattempo, il cielo di San Juan si era impreziosito di stelle luminosissime. Restai qualche minuto ad osservare quello spettacolo della natura, ma gli occhi si chiudevano dalla stanchezza, così andai a dormire.
In un solo giorno avevo vissuto tante emozioni, ma in fondo al mio cuore sapevo che il mio soggiorno nell’isola mi avrebbe riservato ancora sorprese.
L’indomani mattina mi alzai molto presto, decisa a fare una corsa lungo la spiaggia. Il cielo era terso e i primi raggi di sole che illuminavano i contorni dell’isola, lasciavano presagire ad una meravigliosa giornata.
Quando rientrai mi sentii piena di energia e pronta ad affrontare qualunque cosa. Preparai la colazione e telefonai a Karen. La conversazione fu molto breve, la informai che in mattinata avrei raggiunto Vieques e inoltre, le dissi che Puerto Rico mi era già entrata nel cuore. Karen prima di salutarmi, mi raccomandò di non fare imprudenze
Quando sbarcai a Vieques, la prima cosa che vidi fu un cartello con la scritta: “Fuera la Marina de Vieques”
Mi trovai nel mezzo di una protesta popolare, ma al contrario di quello che si poteva pensare era una manifestazione composta e pacifica.
C’erano vari striscioni e tutti riportavano la stessa frase: “Paz para Vieques”
Fra tutte quelle persone, una in particolare si distingueva più delle altre. Si trattava di una ragazza, aveva uno striscione in mano ed era alla testa del corteo. Era giovanissima, ma si capiva subito quanto impegno c’era in lei e in ciò che stava facendo. Aveva lunghi capelli neri e un dolce sorriso. Non lo sapevo ancora, ma da lì a poco le nostre vite si sarebbero incrociate in un unico cammino. Istintivamente comincia a fotografarla, poi feci lo stesso con gli altri manifestanti. Era una cosa che non riuscivo a spiegarmi, ma sentii subito un legame con quella gente. Nonostante tutto, c’era in loro una grande forza che li sosteneva ad andare avanti, la speranza.
Il mese che trascorsi a Puerto Rico, ma principalmente a Vieques, lasciò in me delle emozioni che difficilmente riuscirò ancora a provare. La cordialità e l’affetto che ricevetti da quella gente, li porterò per sempre nel mio cuore.
Una in particolare non scorderò mai. Si tratta della ragazza dai lunghi capelli neri e dal dolce sorriso che notai la prima volta che sbarcai a Vieques. Il suo nome è Ramona
Dopo la mia prima visita a Vieques, ne seguirono delle altre, ma non fu facile conquistare la fiducia della gente del posto. Erano un po’ diffidenti nei miei confronti, ero una giornalista americana e in un primo momento pensarono che fossi lì solo per fare pubblicità alla Marina Americana.
Pero, ben presto capirono che l’unico scopo del mio viaggio su quella splendida isola aveva un solo obiettivo: fare conoscere al mondo intero la reale situazione del popolo di Vieques e le ingiustizie che da anni si susseguivano senza sosta.
Mi trovavo sul traghetto che mi portava a Vieques, fu lì che incontrai Ramona. Quando la barca attraccò nel piccolo porto dell’isola, la notai subito, era attorniata da un gruppo di ragazzi e stava parlando animatamente con uno di loro. Il sole splendeva alto in cielo e faceva molto caldo, nell’aria che sapeva di salsedine risuonò l’eco delle loro risa. Nel frattempo il traghetto aveva attraccato e le poche persone che si trovavano a bordo, cominciarono a scendere a terra. Io mi unii a loro, ma un bambino che aveva fretta di arrivare, con uno spintone mi fece cadere, Ramona che aveva assistito alla scena corse in mio aiuto. “Tutto a posto? Ti sei fatta male?”
La sua voce melodiosa e il suo dolce sorriso mi fecero dimenticare per un attimo il dolore alla caviglia. Per fortuna non era niente di serio. “Va tutto bene, grazie” nel frattempo, anche se un po’ indolenzita sono riuscita ad alzarmi.
I suoi amici avevano già lasciato il traghetto senza accorgersi di nulla. Controllai la macchina fotografica, sperando che almeno lei non avesse risentito di quella caduta.
Mentre Ramona mi disse: “Sei qui in vacanza? Se hai bisogno di una guida io ti posso aiutare. Ho un amico che può farti visitare l’isola, alla scoperta dei luoghi più suggestivi. Sono sicura che quando scoprirai le bellezze della mia terra rimarrai senza parole.” Ramona fece una pausa e quando riprese a parlare i suoi occhi si velarono di lacrime.
“Purtroppo varie zone dell’isola continuano ad essere distrutte dai Marines, è un vero peccato. Ma noi viequensi non ci arrenderemo mai, un giorno tutto questo finirà e Vieques ritornerà a vivere.”
Le sue parole mi colpirono profondamente. Quella ragazza poteva aiutarmi a realizzare il mio reportage, chi meglio di lei avrebbe saputo ciò che era giusto scrivere per documentare il dramma della sua gente?
Quando finii di vagare con i miei pensieri risposi alle sue domande: “Mi chiamo Isabel, vengo da New York, sono una giornalista e mi trovo qui perché voglio parlare di Vieques e di quello che la Marina Americana continua a fare alla tua gente.”
Il suo viso mutò espressione, poi, mentre ci dirigevamo a terra, le dissi ancora una cosa.
“Anche se sono una giornalista, è sempre valida la tua proposta? Mi servirebbe una guida.
I primi raggi di sole illuminarono la spiaggia segnando l’inizio di un nuovo giorno. Ramona affondò i piedi nudi nella morbida sabbia, lasciandosi cullare dal rumore delle onde che s’infrangevano a riva.
Io la imitai e c’incamminammo insieme, dimenticando per un attimo i gravi problemi che affliggevano quel meraviglioso angolo di paradiso. Tra noi fu subito amicizia, Ramona riuscì a contagiarmi con la sua allegria, la sua voglia di vivere, l’entusiasmo della sua giovane età.
Il legame che la univa alla sua isola era molto forte e nonostante tutti i problemi che ogni giorno si presentavano puntuali, non avrebbe voluto trovarsi in nessun altro posto. Vivere a Vieques costava dolore e sofferenza e l’aveva resa più matura dei suoi sedici anni.
Però, niente l’avrebbe mandata via da lì, era disposta anche a morire per difendere la sua terra. Tutta la sua famiglia aveva deciso di restare e di lottare, le ingiustizie e il dolore per la perdita degli amici li avevano resi più forti.
Vieques era un’isola ferita, umiliata, però, un giorno non troppo lontano, avrebbe regnato di nuovo la pace. Grazie a Ramona scoprii i lati più nascosti dell’isola e le sue bellezze incontaminate. Trovai quei luoghi ricchi di fascino e di mistero. C’era quanto di meglio la natura poteva offrire. Era immenso il contrasto con alcune zone dell’isola occupate dalla Marina Americana, lì regnava dolore e devastazione, l’intero ecosistema era compromesso e i viequensi erano costretti a lottare con tutte le loro forze per sopravvivere.
Un giorno Ramona e suo fratello Juan, che studiava medicina a Miami, mi portarono a visitare i punti di ritrovo detti Campamenti, dove i viequensi mettevano a punto strategie di disobbedienza civile, pregavano, discutevano e ospitavano chiunque andasse a portare la loro solidarietà.
A questi Campamenti è dato il nome dei civili morti a causa dell’occupazione dei Marines. Uno di questi mi colpì in modo particolare, lasciando in me una profonda tristezza. Era stato dedicato alla memoria di Milivy Adams, una dolce bambina di cinque anni, volata in cielo troppo presto. A Vieques, il tasso dei tumori infantili è molto alto e questo è da attribuire alle sostanze tossiche presenti nell’aria. Il coraggio della piccola Milivy, sottoposta a varie operazioni e a cicli costanti di chemioterapia, dovrebbero fare capire al governo degli Stati Uniti il dolore che ogni giorno i viequensi sono costretti a subire.
Il sole entrò prepotentemente dalla grande vetrata, illuminando ogni cosa. Trovarmi di nuovo qui, nel mio confortevole ufficio, godendo di una splendida vista della città di New York, non rendeva meno difficile e doloroso ciò che stavo provando in questo momento.
Ricordare i momenti vissuti a Vieques provocava in me delle forti emozioni. Il mio reportage era stato accolto bene tra i lettori del New of the World, suscitando curiosità e interesse per quanto accadeva nell’isola. I miei occhi si soffermano sulla foto che mi ritrae insieme ai miei nuovi amici, Ramona, Juan, Miguel. Tutti sorridenti di fronte all’obiettivo, inconsapevoli di quanto sarebbe accaduto nel giro di poche ore.
È trascorso un anno da allora, passato a domandarmi perché. È difficile, forse impossibile, accettare la perdita delle persone a cui vogliamo bene. Continui a domandarti come sarebbero andate le cose se avresti agito diversamente. Ma il passato non si può cambiare, bisogna andare avanti ed è quello che sto tentando di fare.
Ho deciso di riprendere la mia vita, il mio lavoro. Di nuovo in pista, pronta per nuove battaglie affinché la giustizia trionfi, come mi dicevi sempre. Il tuo è stato un generoso atto d’amore e il tuo ricordo lo porterò per sempre nel mio cuore
La mattina che incontrai Miguel sull’isola splendeva un sole meraviglioso che andava a riflettersi tra l’azzurro del mare.
Con Ramona e Juan eravamo diretti al Monte David, il Campamento che portava il nome di un civile ucciso per errore nel 1999. Conoscevo in parte quella storia grazie alla ricerca che avevo fatto prima di partire per Puerto Rico, ma trovarsi lì e vedere con i propri occhi la battaglia di quella gente a difesa della loro terra, era un’altra cosa.
Mentre ci apprestavamo a partire una jeep si fermò poco distante da noi.
Un ragazzo dall’aria misteriosa si fece largo tra la gente che affollava la piazza. Quando Ramona lo vide gli corse incontro. “Miguel! Cosa ci fai qui? Non dovevi essere a San Juan?”
“Sono appena tornato, mi hanno detto che ti avrei trovato qui.” Anche Juan andò a salutarlo. A vederli sembravano grandi amici. In seguito scoprii che non mi ero sbagliata.
“Tu devi essere Isabel” mi disse presentandosi. “Ero curioso di conoscere la nuova amica di Ramona, da giorni non fa altro che parlarmi di te.”
Miguel era un ragazzo molto affascinante, la sua simpatia catturò subito la mia attenzione.
I suoi occhi neri e il suo sorriso provocarono in me delle emozioni a cui non riuscivo a dare una spiegazione. Dopo un breve attimo di smarrimento, ripresi il controllo di me stessa e sorridendo gli strinsi la mano.
Da quel momento tra noi si creò un profondo legame che andava oltre ogni logica spiegazione. Era come se ci conoscessimo da sempre, anche se in realtà erano passati solo pochi minuti. Ramona, a cui nulla sfuggiva, chiese a Miguel di unirsi a noi. “Non puoi dirmi di no e poi, la tua presenza ci sarà molto utile.” Miguel non poté fare a meno di accettare. “D’accordo, però andiamo con la mia auto.”
Durante il percorso a bordo della jeep di Miguel, scoprii tante cose di lui e della sua vita. Miguel faceva parte del Consiglio degli Avvocati di San Juan, che garantiva il loro aiuto a quanti venivano arrestati e rinchiusi nelle prigioni di Guaynabo per disobbedienza civile.
Era considerato uno dei migliori, per Ramona e Juan era un altro componente della famiglia, un fratello maggiore sempre disponibile e pronto ad offrirti il suo appoggio.
Miguel apparteneva ad un’illustre famiglia di avvocati di Miami. Avrebbe dovuto svolgere il suo lavoro nel prestigioso ufficio del padre, ma il suo spirito ribelle lo portò lontano dalla vita che altri avevano scelto per lui.
Dopo un viaggio a Puerto Rico, Miguel seppe della situazione di Vieques e ne restò molto colpito. Da allora capì che doveva fare qualcosa di concreto per aiutare quella gente. Non gli sarebbe stato possibile farlo andando a lavorare nel lussuoso ufficio di Miami, sotto il controllo di suo padre. Così, prese una decisione coraggiosa e mollò tutto. Si trasferì a San Juan e da lì iniziò la sua nuova vita
Quella mattina raccolsi tantissimo materiale per mio reportage. Intervistai alcuni uomini che presidiavano la zona del Monte David. Quella che si svolgeva nei Campamenti era una lotta impari contro la Marina degli Stati Uniti. Stare lì nelle aree di tiro, per impedire i bombardamenti era molto rischioso, ma per i viequensi quello era l’unico modo per difendere la loro terra e le loro vite.
Grazie a Miguel riuscii a conquistare la fiducia di quella gente, mi accolsero come una di loro perché capirono che il mio scopo era di portare a galla la verità e farla conoscere al mondo intero.
Dalle testimonianze raccolte su quanto accadeva nell’isola durante le esercitazioni militari, restai profondamente colpita, al punto da arrivare a dubitare dei miei connazionali della Marina.
Mi sentii in colpa e mi vergognai per loro e per quello che continuavano a fare. Negli ultimi bombardamenti, i militari se l’erano presa anche con alcuni giornalisti, decisi come me a documentare quanto accadeva sull’isola.
Tra i feriti ci furono anche dei bambini e i Marines, per respingere le azioni di protesta, usarono anche dei gas lacrimogeni. Si verificarono dei veri e propri atti di maltrattamento e complice qualche bicchiere di troppo, a San Juan i Marines, mentre festeggiavano la fine delle esercitazioni, coinvolsero in varie risse alcuni civili che si trovavano là per caso. Nessun essere umano può sopportare tanto.
Quella notte la trascorsi scrivendo, sentivo il bisogno di mettere nero su bianco le sensazioni che stavo provando.
Fin dal primo giorno del mio arrivo a Puerto Rico, qualcosa in me era cambiato, le emozioni si susseguivano veloci.
La mia permanenza sull’isola volgeva al termine, da lì a qualche giorno sarei tornata a New York.
Avevo descritto ogni cosa, ogni particolare, ogni momento vissuto a fianco di quella gente. Immaginai la reazione di Karen.
Forse la scelta di raccontare la verità avrebbe portato delle conseguenze con la Marina Militare, ma quello era l’ultimo dei miei pensieri. Feci una pausa. Guardai fuori, il cielo di San Juan era costellato di stelle, quei luoghi si erano impadroniti di me e provai un nodo in gola al pensiero di partire.
Pensai a Ramona, a Juan, a Miguel, tra di noi era nata un’amicizia leale, sincera, sentivo già la loro mancanza.
Tornai al computer, ma non riuscivo più a scrivere perché continuavo a vedere il volto di Miguel. Cosa mi stava succedendo? Perché pensavo a lui? In quello stesso momento squillò il telefono. Andai a rispondere. Era Miguel
L’indomani mattina fu il giorno più bello della mia vita. Grazie a Miguel riuscii a vedere uno dei posti più belli e magici di Puerto Rico, Rincon. Un luogo dove il turismo di massa non è arrivato, dove in inverno, dal vecchio Faro di Light House Park, con un po’ di fortuna riesci a vedere le balene in migrazione.
Miguel mi regalò un giorno lontano dalle preoccupazioni, dal dolore, così, quando sarei tornata a New York, nei momenti difficili mi sarebbe bastato tornare indietro con la memoria, per non dimenticare quanto può essere meraviglioso vivere, nonostante tutto ciò che comporta.
A quei ricordi adesso mi sto aggrappando per sopravvivere al dolore che è ancora in me. A quei momenti trascorsi sulla spiaggia di Rincon, ad ammirare le evoluzioni di quei coraggiosi surfisti che aspettavano l’onda giusta per poterla cavalcare con le loro tavole.
Al tramonto più spettacolare che ho visto in vita mia, alla luce dell’antico faro che nel corso dei secoli ha guidato migliaia di naviganti e che adesso regala momenti indimenticabili a quanti si recano lì per ammirare la sua bellezza. Tutti questi momenti sono e resteranno per sempre nel mio cuore, insieme al tuo ricordo che non morirà mai.
Noi due condividevamo gli stessi principi, gli stessi ideali, lo stesso amore per la natura e lo stesso coraggio. Ora lo so dove riuscirò a trovare la forza per andare avanti, me lo hai insegnato tu nei pochi giorni trascorsi insieme. Le tue parole risuonano ancora nella mia testa: “Isabel, sei una persona meravigliosa, non dimenticarlo mai. Sei stata molto coraggiosa a venire qua per parlare di Vieques, sono sicuro che il tuo reportage farà discutere per parecchio tempo. Quando si dice la verità si rischia di essere criticati, emarginati, ma tu non smettere mai e ricordati: quando avrai dubbi, segui sempre il tuo cuore, lui non sbaglia mai. Quelli testardi come noi hanno una missione da portare avanti, fare in modo che la giustizia trionfi sempre.”
“È quello che fai anche tu e tutto il Collegio degli Avvocati di San Juan” gli dissi, mentre il cielo si tingeva di rosso fuoco. Quella fu l’ultima volta che lo vidi.
L’indomani, a Vieques ci fu una rivolta popolare per impedire ai Marines le riprese dei bombardamenti.
Miguel stava tornando sull’isola a bordo del traghetto, aveva fretta di arrivare per portare la sua assistenza ad un vecchio pescatore che stava per essere condotto alle prigioni di Guaynabo.
Io avrei dovuto accompagnarlo, ma rimasi a San Juan per finire di scrivere il mio articolo. L’indomani sarei tornata a New York. Lo sentii al telefono prima che prendesse il traghetto. “Ci vediamo più tardi Isabel, devo dirti una cosa importante.”
“Anch’io” risposi. Entrambi provavamo lo stesso sentimento, ma nessuno dei due era riuscito a pronunciare quella frase che ti può cambiare la vita. Anche se quando si ama veramente le parole non servono perché a parlare sono i nostri cuori
E così fu.
Tra di noi niente più parole, né sorrisi, né lunghe passeggiate lungo la spiaggia.
Miguel morì durante gli scontri che ci furono sull’isola. Uno sparo si confuse tra le grida che echeggiavano nell’aria.
Miguel non ci pensò due volte a fare da scudo al bambino che stava per essere colpito. Ma pagò con la vita quel generoso atto d’amore
Quanto altro sangue doveva ancora scorrere a Vieques?
Quante altre vittime innocenti avrebbe causato l’occupazione della Marina Americana?
Perché non riuscivano a comprendere il male che da anni continuavano a fare?
Bastava poco, bastava mettersi nei panni di chi aveva visto morire i loro amici, i loro fratelli, i loro figli…
Forse la sete di potere, la voglia di nuove e più potenti armi, aveva annebbiato le loro menti, rendendoli ciechi e sordi di fronte alle richieste di aiuto, alle grida di dolore, alla morte stessa. Vieques poteva e doveva ritornare a vivere e fino a quando ci sarebbero state persone come Ramona, Juan e Miguel disposte a sacrificare la vita per la libertà della loro isola, bisognava continuare a crederci.
Tutti, senza nessuna divisione di razza, di religione, di credo politico o di altro, dovevano fare qualcosa. Uniti solo dall’amore, per far sì che Vieques ritornasse a vivere.
All’ombra dei fatti attuali può sembrare un’utopia, però nella vita non bisogna mai smettere di lottare e di sperare nelle cose in cui si crede davvero.
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